#5 - Hic est Leo
Leone XIV visita l'Africa, quattro Paesi in due settimane: il continente conteso non è, per la Chiesa, uno spazio vuoto ma un protagonista del presente.
Cari lettori, cari lettrici, la sterile polemica alimentata dal presidente Usa Donald Trump e dal suo vice sedicente cattolico J.D. Vance contro Leone XIV (ne abbiamo parlato ampiamente qui e qui, non vi torneremo) ha oscurato l’interessante visita africana del Santo Padre in Africa, in cui sta toccando quattro Paesi diversi e che rappresentano altrettante anime del continente oggi più conteso e complesso al mondo. Una volta, nelle mappe geografiche europee, l’Africa era indicata con la scritta Hic sunt Leones, “Qui ci sono i leoni”, a testimoniare l’indeterminatezza della conoscenza da parte del Vecchio Continente di un’area di mondo che fu oggetto durante l’Ottocento di un’intensa attività di esplorazione e conquista coloniale.
Ebbene, oggi Hic est Leo, “Qui c’è Leone” e con lui una Chiesa cattolica intera che dal pontificato di Paolo VI non ha mai dimenticato un continente frontiera dell’evangelizzazione, emblema delle crisi globali, frontiera di speranza e teatro di competizione geopolitica. La visita pastorale di Leone XIV in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale tocca la complessità polimorfa dell’Africa, le sue sfide, i suoi traumi e le sue divisioni, ma anche la sua voglia di parlare al mondo. Si viaggia tra storia e futuro: Leone XIV, non a caso, parte visitando quell’Algeria che è stata patria di Sant’Agostino di Ippona, il Santo al cui ordine appartiene e alla cui teologia si ispira, in un viaggio ideale e personale che lo porterà il 20 giugno a Pavia alla sua tomba.
Leone XIV ha iniziato la sua visita in un Paese dove i cattolici sono solo 9mila su oltre 46 milioni di abitanti per offrire un triplice messaggio di unità: l’unità della Chiesa con i suoi membri anche più periferici e con le comunità di minor dimensione (come successo nella precedente, e non capita, visita nel Principato di Monaco); la spinta al dialogo interreligioso con il mondo islamico, fondamentale per la stabilizzazione dell’Africa; il richiamo al mondo perché si occupi dell’Africa stessa come porta sul futuro. E così Leone si è recato a rendere omaggio tanto ai 19 martiri algerini uccisi dal 1994 al 1996 dai gruppi ribelli islamisti quanto ai migranti morti nell’attraversamento del Mediterraneo, in un’anticipazione dell’importante visita a Lampedusa del prossimo 4 luglio, quando i nativi Usa si celebreranno come potenza neo-imperiali e il Santo Padre sarà nell’isola simbolo degli ultimi e dei diseredati del sistema globale.
Segue, poi, la visita in Camerun, Paese diviso e in cui Leone XIV ha visitato Bamenda, capitale della parte anglofona del Paese, logorata da un conflitto pluridecennale tra separatisti e autorità di Yaoundé per la cui fine Robert Francis Prevost si è speso. Una spinta, questa, che consolida l’apporto della Chiesa Cattolica e del Vaticano alla difesa dei Paesi vittime delle guerre dimenticate, di quei conflitti che nella “Terza guerra mondiale a pezzi” sono visti come semi di divisione e possibili epicentri di scontri maggiori, bubboni per l’ordine globale e la concordia da trattare con attenzione nel centro del mondo come nelle periferie. Come in occasione della visita “alla fine della pace” in Libano a novembre o del viaggio di Papa Francesco a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana devastata dal conflitto civile, per inaugurare la Porta Santa del Giubileo della Misericordia nel dicembre 2015, Leone entra a gamba tesa in una situazione di conflitto offrendo la presenza del Pontefice come forza moderatrice, vero e proprio protocollo securitario e fattore di tregua e, si spera, concordia.
Leone ha visitato poi Douala, capitale economica del Camerun, e Yaoundé attraversando, ci ricorda “Avvenire”, “l’arteria che taglia le bidonville della città, specchio delle disparità sociali che attanagliano l’Africa., passando fra le baracche di legno e le famiglie che vivono sulla terra brulla”. Non a caso qui Leone XIV sceglie di parlare della “fame di pace, libertà e giustizia” delle persone che va di pari passo con quella “fame di cibo”, simbolo della povertà che ancora attanaglia l’Africa. E le altre parole pronunciate:
C’è pane per tutti se a tutti lo si dona. C’è pane per tutti se viene preso non con una mano che afferra, ma con una mano che dona
Presuppongono quanto detto, poi, in Angola, nazione ricca di idrocarburi dove, più che in Camerun (dove sono circa un terzo della popolazione) la presenza cattolica è maggioritaria tra gli abitanti (circa il 58%) e in cui si sentono, però fortissimi i semi della disuguaglianza negli Stati a trazione estrattiva. In Angola, ad oggi, il 20% della popolazione più ricca possiede il 60% della ricchezza, nonostante i proventi della rendita petrolifera l’ultimo 20% ne ottiene solo il 3% e oltre il 43% degli abitanti delle città è disoccupato, mentre il 56% dei bambini vive in famiglie che hanno a disposizione 2 dollari o meno al giorno. Leone, dunque, non va in Africa per far sponda alle autorità locali ma getta luce sulle asimmetrie che frenano le energie vitali di una componente promettente ma ancora bloccata della popolazione mondiale.
“Sull’Africa le mani di prepotenti interessi” per i quali “la vita è ridotta a merce di scambio”: parlando da Luanda, capitale angolana, Leone XIV si riferisce anche al Congo, Paese prossimo e diviso dalla corsa alle materie prime e dalle ribellioni, al Sudan corroso dalla guerra civile, all’Africa subsahariana dove al tragico post-colonialismo francese si è sostituito l’autoritarismo descamisado dei colonnelli terzomondisti e sostenuti dai mercenari russi di Mali, Guinea e Burkina Faso o il sempre incerto regime militare nigerino. Per questo Papa Leone XIV ha condannato la “logica dell’estrattivismo” di cui sono complici tanto i Paesi che hanno le loro mire sull’Africa quanto le élite cleptocratiche di un continente ancora chiamato a essere padrone del suo destino. Dottrina sociale della Chiesa in purezza, distillata sulla scia di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco in nome dell’antropocentrismo e del rifiuto della cultura dello scarto, del dominio dell’economia sull’uomo, dello sconvolgimento ambientale.
Un esempio di quelle controverse élite cleptocratiche e autoritarie è il presidente della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang, che Papa Leone XIV incontrerà martedì nell’ultima tappa del suo viaggio. Il piccolo Stato ex colonia spagnola è retto dal 1979 dal regime autoritario di Obiang, che ha già incontrato Papa Giovanni Paolo II nella sua unica visita nel Paese. “Circa l’80% dei due milioni di abitanti del paese è cattolico”, nota Africa News, e per questo Leone XIV ha inserito lo Stato nella sua tournéé, in un contesto dove ci si aspetta che il Santo Padre porterà i temi della giustizia sociale e della libertà al centro. La Chiesa non è una Ong e il Papa è un capo di Stato: laddove ci sono comunità da abbracciare e periferie da valorizzare, è doveroso prendere atto dei contesti critici, sporcarsi le mani col mondo senza confondersi con esso, essere seminatori di speranza. Da Hic sunt Leones a Hic est Leo: in Africa nulla è semplice, niente è scontato e tutto è contornato da aspettative forti e dinamiche complesse che plasmano un mondo nuovo. Un’Africa risollevata sarà una buona notizia per il mondo che spesso la ignora o la riduce ad agone. Leone XIV e la Chiesa cattolica provano a gettare semi di speranze. Al futuro la risposta se potranno germogliare.


